Posted on 10 Mar, 2018

Sinceramente brutto: l’esempio degli occhi e dell’anima utilizzato sul post #01 dedicato al logo è sinceramente… “crudo”, anche se calzante. Andiamo avanti.

Ora tu mi chiedi:

“Ma, per la mia attività, il logo ci vuole?”

La risposta è NO. Perché non so qual’è la tua attività. Ma ha molto senso adottarne uno e farlo nel migliore dei modi. Credendoci e lavorandoci in modo tale che il tuo logo possa diventare un Marchio, che a sua volta diventerà “lo stemma” che ti identifica. Complimenti sei divenuto una Marca, un brand.

E tu mi chiederai:

“Ma io ho bisogno di essere una marca, un brand? Cosa me ne faccio? Io devo incassare perché alla fine del mese bisogna pagare stipendi e fornitori. Col brand non ci pago le fatture?!?!”

Ti rispondo in modo molto schematico e diretto e spero di essere così molto, molto, molto chiaro.

  • Essere un brand vuol dire essere un riferimento, se non addirittura il numero uno, nel proprio settore, o in parte di esso.
  • Essere un brand vuol dire avere un fatturato più alto, forse; una marginalità più alta sul fatturato, sicuramente.
  • Essere un brand vuol dire avere un’azienda con un alto valore aggiunto, riconosciutogli economicamente sull’asse patrimoniale.

Certo è che non devi più lavorare per sfornare prodotto, ma devi lavorare per creare valore.

 

Uhm… Ci stiamo allontanando dal tema principale.

Torniamo ad elencare, piuttosto, altre cose da non fare, logo.

 

Non deve perdere la sua leggibilità se utilizzato monocromatico

E’ buona norma che chi appronta le bozze del nuovo logo ne rappresenti anche la versione in silouette, cioè completamente nero su fondo bianco.

 

 

E’ la situazione più banale dell’utilizzo di un logo, ma sovente, se non viene preventivamente considerata, può mettere in crisi lo svolgimento e realizzazione di lavori; con notevoli disagi al punto di dover tornare a ritrosi a rivedere il logo originale che però è già in utilizzo su sito, brochure, biglietti da visita…. Una catastrofe.

Quante volte l’ho visto succedere…. A casa di altri. Non a casa mia.

Questo perché non sempre c’è la possibilità di utilizzarlo a colori. Ancor peggio se ci sono delle sfumature! Disastro totale.

Per fare un esempio pratico, basti pensare ad una pellettiere che vuole marchiare a caldo sul cuoio delle sue borse.

Sfumature… Ciao!

 

I colori

È vero che da colore a colore cambia l’ascendente sull’interlocutore. Metafore che sono reali ancora oggi, ma molto meno che in passato.

Il biologico è verde, Gli alcolici sono marrone, l’elettronica è blu, l’automazione è blu

Il digitale, l’internazionalizzazione della comunicazione e le mode hanno fatto si che non è più così. Per cui basta fare tutti i loghi blu!

 

Non utilizzare più di tre colori

Meglio se il terzo è un colore è un non colore che va dal bianco al nero passando per “500 sfumature di grigio”.

Per i due colori rimanenti meglio se il secondo è il complementare del primo.

Nel disegno a sinistra è raffigurato il grafico delle temperature dei colori complementari. Come si può notare “a gusto”, le tinte adiacenti tra di loro godono di scarsa affinità, che aumenta man mano ci si sposti verso la tinta opposta alla nostra, che risulta per tanto essere quella giusta.

 

Evitare le tinte tenui

Evitare che il colore principale sia di tenue intensità: il logo deve confermare carattere, fermezza, verità e inconfutabilità.

Nella gestione del visual (immagine) aziendale il secondo colore può anche essere tenue. In questo caso dovrà essere utilizzato per mettere ulteriormente in risalto il colore primario. Quindi la gestione diventa ancora più complessa ma efficace, qualora l’aspetto enfatico del vostro messaggio lo richieda.

Inoltre per indole i colori forti “blindano” e appesantiscono l’interpretazione, mentre le tinte tenui “liberano” e alleggeriscono le medesime. Ricordo a tal proposito, una pubblicità della Philips di macchine ambulatoriali tipo ecografi ed elettrocardiografi dove le immagini degli apparecchi erano state opportunamente stemperate. Il risultato era una lettura molto confortevole e rassicurante. Sembrava proprio che queste macchine potessero risolvere tutti i problemi senza prendere un farmaco!

 

Evitare le sfumature

Se il nostro logo deve “confortare” l’interlocutore lo deve fare con decisione e fermezza; meglio una tinta piatta. La sfumatura è l’esatto opposto. Per cui meglio evitare almeno che non sia un effetto volutamente desiderato; allora vale l’eccezione.

Altro motivo è quello detto pocanzi: ci sono situazioni in cui la sfumatura non è ottenibile e siamo costretti pertanto a perderla.

Le sfumature possono presentare problemi anche nella ripetibilità di stampa.

 

Evitare immagini complesse e fotografie

Non serve. Anzi, immagini troppo elaborate o l’implementazione di fotografie possono causare la scarsa leggibilità del nostro marchio scaricandolo della propria carica distintiva. Non di meno, ancor peggio, si perde la sua efficacia mnemonica.

Ovviamente ci sono, come sempre le eccezioni: infatti, casi del passato vanno nettamente in contrasto con quanto appena detto. L’importante è che l’immagine vada ad esplicitare UN concetto, unico ed incontrovertibile, vedi l’omino della Plasmon) oppure un unico soggetto nel caso della fotografia, vedi il vecchio della Moretti (che poi è un disegno, vabbè ci siamo capiti).

Insomma poche cose e ben, ben chiare.

 

Non deve essere disarmonico

“Eh! Cosa stai dicendo rottincuffia!! Avevi detto che usavi un linguaggio semplice e te ne esci con le disarmonie del cippa!!”

Calma, mi spiego meglio. Per farlo però la devo prendere un po’ alla lontana.

In natura linee, spigoli e forme geometriche perfette non esistono semplicemente perché quest’ultime sono un’invenzione umana. Non di meno esistono ricorrenze esatte di queste, come invece potrebbero essere i denti di una sega.

In natura tutto ciò che ha uno spigolo (magari acuto da formare una punta) o una linearità, cuneiforme è vissuto dai nostri istinti primordiali ma non troppo come un segnale d’allerta; una minaccia. Qualcosa che può pungere, fendere o tagliare.

In natura tutto ciò che ci “è amico” ha forme irregolari e assolutamente sinuose.

Le chiome di un bosco, le colline, le foglie i fiori e perché no noi e gli altri animali.

Chiudiamola qui.

Per farla breve:

Troppi spigoli e linee = minaccioso, freddo, impassibile, rigido, nemico, cattivo

Troppi tondi= amicone, paccioccone, buffo, leggero, allegro, morbido, tenero, scemo, ciccio.

Troppo del primo o troppo del secondo ci portano inevitabilmente ad avere un approccio emotivo sbilanciato.

 

Evitare particolari di piccole dimensioni e linee sottili

Un altro buon motivo per contemplare preventivamente l’utilizzo che sarà fatto del proprio logo è anche questo. Un rapporto dimensionale sproporzionato tra gli elementi costituenti il tuo logo potrebbe comportare la perdita di quelli più piccoli nel caso in cui necessiti il rimpicciolimento (ridimensionamento verso il basso) per il suo utilizzo.

Un rapporto equilibrato, personalmente, lo raccomando anche nell’ingombro complessivo del logotipo: un marchio che si estende troppo orizzontalmente o troppo verticalmente potrebbe causarti difficoltà nella sua attuazione. La mia personale esperienza mi ha portato mi ha insegnato che, in mancanza di informazioni concrete sull’utilizzo futuro del marchio, meglio ragionare su soluzioni che possano essere circoscrivibili all’interno di un quadrato e non avere elementi piccoli al proprio interno.

Una versione piccola, personalmente sto sul centimetro e mezzo di base e altezza, e una versione grande, quindici per quindici centimetri, del logo, a colori e in silouette nera, non manca mai nei miei prontuari e manuali di stile.

 

Evitare… No…

È VIETATO ALTERARE IL LOGO

Perché devo avere un prontuario o, ancor meglio, un manuale di stile?

Semplicemente perché sei circondato da una miriade d’impedioti che ritengono che la loro versione del logo è quella migliore.

Perché quello che c’era prima era più bello.

Per me sta meglio in blu. Non so come si fa a cambiarlo.

So io come cambiarlo in meglio.

E quelli che lo stirano o lo slungano come la pellicola da alimenti “perché così riempo tutta la larghezza”… Devi andare a giocare a “settimana” in un campo minato!!!!

Per non parlare del tipo di carattere:

C’è un bravo grafico che si è fatto un mazzo tanto per definire il lettering istituzionale della tua azienda, è arriva l’ultimo degli “eletti” che sa cambiare carattere in word e si mette ad utilizzare dei Tipi (caratteri o font) assurdi. In questo poi, mi dispice dirlo, ma le donne sono un disastro. Con degli stili da bomboniera, degli script da Via col Vento, o altri da bimbo interdetto.

Sono tutte cose che non si fanno. Dovrebbe esserci il Penale e la decurtazione immediata di Euro 500 dalla busta paga per chi solo lo pensa e per chi fa una cosa del genere.

Il manuale di stile serve anche per quello: il logo è quello. Devi farne un utilizzo di un certo tipo? Bene vai a vedere cosa prevede il manuale di stile per quella determinata situazione. Il manuale per un qualche motivo non lo prevede?

“Bene allora faccio come credo sia meglio…”

IL CAVOLO!!! Chiami il brand designer, il grafico o quel poveretto che gestisce l’immagine d’azienda e te lo dice lui cosa puoi fare, emettendo una nuova appendice al manuale esistente!

CHIARO!!

Logo, colori, caratteri, grandezze dei caratteri, impaginazioni, gabbie, stili, stili fotografici e quant’altro sia visibile a occhio umano, devono essere catalogate su questo “libricino”.

Basta! Non lo dico più! È vent’anni che lo ripeto! Non è vero, l’ho detto anche l’ultima volta. Si vede che è proprio molto importante.